Category: Torture Porn

Se vi capita di avere 2 euro e 11 cent da buttare per un film, The Orphan killer potrebbe darvi tante soddisfazioni.

Ah il progresso. Meno di vent’anni fa per vedere una novità dovevi uscire di casa e dirigerti verso il negozietto di vhs del cuore pregando che il fattore sfiga non influisse tanto da non trovare l’unica copia dell’ambito film. Poi le videocassette hanno lasciato il posto ai dvd, e le botteghe spacciatrici di sogni su nastro magnetico lentamente sono state rimpiazzate dai ben più forniti Blockbuster, mecca di tutte le novità filmiche o quasi.

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Pizzica nei punti giusti le nostre ansie ed angosce domestiche, in un’ottantina di minuti di massima tensione.

Come può un film dell’orrore terrorizzare la platea? Il raffinato cineasta dirà che tutto sta nell’architettare una ragnatela di suspence, nel giocare con i nervi dell’audience e colpirla quando meno se lo aspetta. Vero.

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In the market, pur con i suoi limiti, trasuda amore, passione e voglia di raccontare cinema su grande schermo quando ormai tutto va nel piccolo.

David, Sarah e Nicole sono tre ragazzi in viaggio, diretti al concerto dei GTO. Durante una sosta ad una stazione di servizio, i tre vengono rapinati. Senza soldi, affamati e in prossimità della notte, i ragazzi decidono di nascondersi nei bagni di un supermarket in modo da uscire una volta che il negozio sarà chiuso. L’iniziale euforia dei tre verrà presto ridimensionata dalla presenza nel negozio di un uomo, l’addetto al banco macelleria, che di notte è solito preparare i tranci di carne che di giorno vengono esposti sul suo bancone…tranci di carne umana!

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Bogliano conferma di essere molto più votato al “porn” che al “torture” e anche qui il fattore carne e le chiacchiere eclissano l’orrore.

Per interpretare oculatamente Sudor Frio è utile dare un’occhiata al curriculum del suo regista, l’argentino Adriàn Garcìa Bogliano (No Moriré Sola). Un torture-porn dietro l’altro, fatti con due lire e con l’erronea convinzione che una sfilza di varie nudità compensi l’assenza di sostanza e di originalità.

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Letherface è un’icona dell’horror moderno al pari di Freddy Krueger, Jason Vorhees e Michael Myers, e come i suoi soci, film dopo film, ha perso la forza e il carisma che aveva agli esordi diventando una macchietta del baubau che era.

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Capolavoro Non aprite quella porta 2 lo è, ma è anche qualcosa che va assolutamente controcorrente rispetto alle aspettative di qualsiasi appassionato del genere.

Diavolo d’un Tobe Hooper! Ora, nel 2012, dopo tanti brutti horror te lo immagini rincoglionito sulla sedia a dondolo a guardare ebete i tramonti del Texas. Magari un fan si avvicina e gli fa una domanda su Letherface, il gigante con la motosega in mano del suo film più famoso, e lui pulendosi la bocca dalla bavetta risponde con frasi del tipo “Bello il sole eh?” o “La mamma non è ancora tornata”. Non puoi biasimarlo neh, anche alla mente più brillante sarebbe successo.

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Non Aprite Quella Porta 3 sta nel mezzo, non affossa né eleva il buon nome della serie, è sostanzialmente tutto ciò che un seguitino anni 90 deve (e può) essere: amico del gore, ironico quanto basta e capace di stare in piedi da solo.

Il terzo atto della saga della sega segna l’uscita di scena del maestro Hooper, inizialmente intenzionato a metter mano al progetto ma successivamente costretto a dare forfait per realizzare l’horror paranormale I Figli Del Fuoco.  Prima che Jeff Burr (regista dell’interessante Il villaggio delle streghe) venisse chiamato si erano già fatti il nome di registi del calibro di Peter Jackson al timone di comando.

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Leatherface, nel goffo tentativo di aderenza alla materia ispirata, diventa un grottesco gigante transgender, con le labbra strappate da modelle e lo sgraziato corpo da circo dei freaks.

Ecco la peggiore paura di ogni fan dl cinema, horror e non: un seguito cosi’ cattivo da spazzare in un lampo i crediti guadagnati dal prototipo e dai suoi figlioletti. E’ successo con Scream con un terzo capito micidialmente meta cinematografico, con Nightmare e Freddy Kruger pagliaccio a cavallo di una scopa, con un nuovo Venerdi’ 13 vestito da Enigmista, ed è successo, nell’anno del Signore 1994, a Non aprite quella porta.

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“Col budget del film di Hooper questi ci avrebbero pagato giusto le birre” obietterà il critichino. Ma la verità è che in questo remake, umile ma grintoso, la motosega torna a rombare alla grande.

Rimodernare un classicone come Non Aprite Quella Porta è sempre un grosso rischio: il linciaggio da parte dei fans è costantemente dietro l’angolo perchè se le sperimentazioni sono un’arrogante blasfemia, l’eccessiva fedeltà al predecessore suona come una calata di braghe. Forse non esiste modo di uscire totalmente indenni da una missione simile, ma se c’è, Marcus Nispel (Pathfinder, Venerdì 13) ci è andato vicinissimo.

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“Una puntura di zanzara prude meno, quando sei riuscito a schiacciare la zanzara” sostenevano vecchi saggi. L’aforisma si adatta bene al contesto superviolento, botta e risposta di sangue, vendetta pura e goduriosa.

1978: qualche anno dopo L’Ultima Casa A Sinistra, infiniti anni prima del proliferare indiscriminato del torture porn. Meir Zarchi coglie l’attimo e scrive e gira Non Violentate Jennifer (traduzione col “non” modaiolo di un più pittoresco I Spit On Your Grave), che al film di Craven e al suo schema stupro&vendetta deve praticamente tutto. Nonostante la scarsa inventiva ed alcune autorevoli ed affossanti critiche (Roger Ebert lo etichetta come il peggior film di sempre), diventa un piccolo cult. 2010: il torture porn dilaga, i remake pure. Tempo di rifare Jennifer, Ebert si rassegni!

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