Cinema Venerdì 13: il machete insanguinato di Jason

Venerdì 13: il machete insanguinato di Jason

Lo slasher è sempre stato un genere amato dal pubblico, soprattutto quello giovane, relativamente semplice da realizzare e dai grandi incassi rispetto al budget miserrimo molte volte stanziato inizialmente.

D’altronde un filone che mette in scena assassini armati di varie armi (machete, coltellacci, ma anche fallici trapani) non ha bisogno che di facili effetti come sangue e ferite. Venerdì 13 è uno dei rappresentanti più importanti dello slasher, insieme alla saga di Halloween, con un personaggio principale, Jason, promosso film dopo film da minaccia a vero idolo dei teen ager, un po’ come il Freddy di Nightmare.
Leggendaria è la sua maschera da hockey, diventata non solo il marchio della serie, ma un’icona riconoscibile anche per chi non ama il cinema horror. Venerdì 13, fin dall’inizio, punta sull’effetto superficiale, la musica, i colpi di scena per fare sobbalzare dalla poltrona gli spettatori, l’effettaccio sempre più marcato, i nudi buttati lì un po’ alla Fenech/Banfi, vero esempio di operazione commerciale nata sull’onda dell’Halloween di Carpenter amplificando tutti i temi già presenti in quest’ultimo.

Lo slasher prima di Jason

Se il referente principale per Venerdì 13 è, come già detto, Halloween di John Carpenter, la variante degli omicidi, l’ambientazione con i boschi e i laghi, ma anche le soluzioni narrative, richiamano invece un’opera tutta italiana, Reazione a catena di Mario Bava. Il film, scritto da Dardano Sacchetti, è un thriller (non ancora slasher) che vuole analizzare la crudeltà della natura umana, la cupidigia dell’uomo, ma anche la violenza insita nel nostro dna, sottilmente ironico, ma anche pieno di scene di violenza incredibili che, anche a discapito delle intenzioni alte, saranno i semi che daranno i natali a serial killer, come Jason Vorhees, molto più rozzi e ignoranti. In Italia tra l’altro potremmo pure pavoneggiarci perchè prima di Halloween (1978) e di Natale rosso sangue (1974), modello d’ispirazione a sua volta per il capolavoro carpenteriano, noi avevamo già i nostri serial killer che uccidevano crudelmente in proto slasher con nulla da invidiare ai modelli alti. I corpi presentano tracce di violenza carnale, per esempio, girato nel 1973, in pieno spaghetti thriller ad imitazione di Dario Argento, è un’opera anomala rispetto a tutti gli altri gialli del periodo: omicidi quasi onirici, luogo chiuso dove un assassino agisce indisturbato facendo a pezzi giovani ragazze e, elemento non sottovalutabile, un  look mascherato del nostro ammazza cristiani, ripreso in epoca recente nel mediocre slasher del 2005, Cry Wolf (Nickname enigmista) di Jeff Wadlow. Sia dato atto che Sergio Martino, pur non essendo un Mario Bava, è stato uno dei nostri migliori registi che si sono cimentati nel giallo/thriller anni 70 con opere a volte eccellenti come Lo strano vizio della Signora Whard (1971) o Tutti i colori del buio (1972), opere elegantemente fotografate e non prive di scene di grande impatto visivo anche a distanza di quasi mezzo secolo. Ma in Italia abbiamo avuto anche bizzarri proto slasher come il western di Mario Bianchi, Nel nome del padre, del figlio e della colt (1975, ma girato ne 1971), che vede un assassino mascherato uccidere ferocemente ad Halloween. Casualità anche perchè l’opera, girata malino e senza molta suspence, è difficile sia stata anche solo vista da John Carpenter. Ma intanto perchè non esaltarci un poco mossi da sano spirito patriottistico di supremazia italiana? Italia – USA 1 a 0.

Venerdì 13

Il film di Sean S. Cunnighan, già collaboratore di Wes Craven nel capolavoro L’ultima casa a sinistra, come già detto, nasce per scopi smaccatamente commerciali: seguire l’onda di successo di Halloween, imitarne lo stile e guadagnarci qualcosa. Nessuno credeva realmente nelle potenzialità di un film con queste premesse, tanto che l’attrice Betsy Palmer (nel film la mamma di Jason) accettò d’interpretarlo solo per pagarsi le rate dell’auto. Prima di pensare all’effettiva trama Cunninghan studiò la locandina del film, un manifesto di grande impatto per attirare i possibili finanziatori: presentato sulla rivista Variety, Friday 13th era solo una scritta in rilevo che frantumava una vetrata mentre la tagline recitava: “Il film più terrorizzante di sempre”. Semplice, ma efficace. Per il regista/produttore Venerdì 13 doveva essere soprattutto “una corsa sulle montagne russe”, un horror spaventoso, ma anche divertente. La sceneggiatura originale si chiamava Long Night at Camp Blood, ma l’idea di sfruttare nel titolo un giorno comunemente sfortunato era occasione troppo ghiotta per il volpone Cunninghan. E a ragione: costato solo 550 mila dollari ne incassò quasi 40 milioni al solo botteghino USA divenendo uno dei film del terrore di maggior successo di tutti i tempi. Il famigerato Cristal lake, teatro dei luttuosi eventi, in realtà era un campo di boy scout, Camp No-Be-Bo-Sco, tutt’oggi mecca di pellegrinaggio di fan. Lo script era opera di Victor Miller, specializzato nelle soap opera, soprattutto il classico Una vita da vivere. Venerdì 13 non è esente dal passato artistico del suo autore: ancora di mezzo la famiglia, ma soprattutto il tema del rapporto madre-figlio come causa scatenante della vicenda. In diverse interviste dell’epoca Miller dichiava: “la signora Voorhees è la madre che ho sempre desiderato, una madre che uccide per i suoi figli”. Miller non appoggiò mai la decisione degli autori di promuovere a killer Jason Voorhees, anzi la definì un insulto al suo lavoro perchè nelle sue idee il personaggio non era un mostro da odiare, ma una vittima. L’idea di Jason che emerge dal lago infatti fu una trovata dell’effettista Tom Savini: l’idea era quella di riprendere il finale shock di Carrie di Brian De Palma. Nel cast si può segnalare tra gli altri la futura star Kevin Bacon, protagonista di una delle morti più cruente del film. Curioso invece il percorso di Ari Lehman, l’attore bambino che interpretò il primo Jason: non fece quasi più nulla, ma dedicò l’intera carriera a quell’unica interpretazione di rilievo creando pure una band metal dal titolo The first Jason e presenziando in diversi festival del settore, non ultimo l’italiano Fantasy Award, come il vero volto di Venerdì 13.

La prerogativa dell’accompagnamento musicale, a opera di Harry Manfredini, è di essere presente solo quando l’assassino è in scena, al fine di non essere nè invasiva nè scorretta, un po’ sul modello (ispiratore principale) di quella de Lo squalo di Spielberg. Manfredini purtroppo per mancanza di budget non potè utilizzare un coro ad accompagnamento per la cosidetta “ki ki ki, ma ma ma” partitura che deriva da  “ki” ovvero”uccidere”, e “ma” da “mamma”, presente nelle scene finali, il suo lavoro più celebre in Venerdì 13. Manfredini ha però rivelato divertito che molti hanno inteso il motivo come “cha cha cha”. Venerdì 13 fu massacrato dalla critica, ma divenne un marchio di grande successo con spin off, seguiti e trasposizioni a fumetti e narrative. Certo è che l’opera di Sean S. Cunninghan non pecca di eccessivo virtuosismo, a differenza del modello carpenteriano, manca quasi completamente di ritmo, procede per inerzia a base di effettacci truculenti e finisce come il peggior thriller sul modello di Dario Argento con tanto di spiegone finale. Però è anche vero che, sarà il tempo trascorso, sarà la nostalgia o la mancanza di punte d’eccellenza nella serie, ma Venerdì 13 è uno di quei film che si  riguarda con una certa nostalgia, con un’occhio meno critico alle grossolanità, che alla fine preso per quello che è, con i suoi evidenti limiti, riesce a divertire, simbolo di un’epoca, gli anni 80, che purtroppo non ritornerà più, ma che ha generato film memorabili o forse soltanto opere che hanno accompagnato la nostra crescita dall’infanzia all’età adulta.

I seguiti

Con i seguiti la salsa cambia: si passa dal thriller puro allo slasher horror con un villain dai toni soprannaturali. L’idea di promuovere a protagonista il bambino mongoloide di Cristal lake, Jason, piace a Sean S. Cunninghan che mette in piedi un seguito girato dal suo fido assistente Steve Miner. All’inizio sembra che sia stata vagliata l’idea di creare un sequel che nulla avesse a che fare con il primo capitolo, una serie horror legata dal marchio Venerdì 13, dove nuove vicende e protagonisti venivano presentati film dopo film, ma lo straordinario successo del prototipo, e il clamore da parte dei fan per il finale shock, decretarono la genesi della saga di Jason Vorhees. Steve Miner qui muoveva i primi passi nel cinema della paura, ma si può già riconoscere una mano più ispirata rispetto a Cunninghan: il suo Venerdì 13 ha ritmo, suspence e equilibrio nel bilancio sadismo e narrazione. L’assassino ti siede accanto (1981), secondo capitolo della saga, inizia in maniera incisiva: Alice, unica sopravvissuta alla strage del precedente film, viene massacrata da uno sconosciuto in uno sfondo di realismo urbano che sarà unica variante allo scenario di Cristal Lake fino all’ottavo capitolo. Se i personaggi sono intercambiabili, adolescenti mossi da pulsioni basse pronti a essere massacrati, lo stesso non è con il villain, il Jason Vorhees emerso dal lago per vendicarsi e riappropriarsi di una vendetta compiuta in suo nome: ecco che il complesso di edipo si materializza nel sangue uterino, nell’idea molto cattolica di sesso inteso come peccato. Jason è la censura dei film horror, i tabu ancestrali che ci portiamo dietro, la moralizzazione dei benpesanti, la sua vendetta acquista perciò connotazioni di critica verso un cinema, ma soprattutto una società che ha attraversato guerre, contestazioni, ma resta sempre ancorata ad ideologie di repressione medioevaleggianti. Perciò la mano omicida di Jason diventa la variante moderna di un inquisitore che si riveste dell’ingrato compito di mondare i peccati del mondo: chi fuma una canna, chi fa sesso, chi usa un linguaggio più sboccato cade sotto i fendenti dell’assassino.

Il mondo dei ragazzi, dei giovani, non viene capito, ma solo percepito come diverso e quindi pericoloso: lo stesso Jason assurge il ruolo di angelo purificatore grazie alla sua natura eterogenea, l’handicap fisico che lo riveste di una purezza asessuata che stride con le pulsioni voyeuristiche evidenti del mostro. Non è raro vedere una soggettiva di Jason che spia coppiette intente a fare l’amore e sfogare attraverso il sangue una non dichiarata, ma probabile impotenza. Il film, per assurdo, è, a sua volta, vittima di una censura feroce che lo massacra (ma sono rari i Venerdì 13 arrivati a noi in versione integrale) rendendolo a tratti incomprensibile: i minuti finali subiscono una violenta interruzione nella scena di assedio nel momento in cui Jason sfonda la finestra e irrompe per uccidere i sopravvissuti. Alcune voci vogliono che l’epilogo sia così criptico non per via di presunti tagli, ma perchè l’attore che interpretava Paul, uno dei due ragazzi protagonisti, avesse litigato con la produzione andandosene via dal set. Jason in questo film non indossa la famosa maschera da hockey, ma un sacco di juta che ricorda il thriller del 1976 Il terrore arriva al tramonto. Sul set si verificarono problemi soprattutto quando l’attrice Amy Steel colpì lo stuntman Steve Daskawisz con un machete tranciandogli di netto il dito medio. Miner ritorna al timone col terzo capitolo, Week end di terrore (1982), che ha il primato di essere il primo film 3d Paramount dal lontano 1954. La pellicola è mediocre, giocata tutto sui facili effetti tridimesionali, senza suspence e con una regia non molto interessata alla vicenda.

La saga comincia a mostrare al solo terzo film già segni di stanca e ripetitività. Eppure è proprio qui, uno dei capitoli più brutti di Venerdì 13, che fa la sua entrata l’emblema della serie, la maschera da hockey che Jason indosserà senza separarsene mai, film dopo film. Modellata su quella indossata dal portiere dei Detroit Red Wings, la maschera seppe donare al nostro villain un appeal maggiore verso il pubblico, promuovendolo da semplice assassino a icona popolare, riconoscibilissimo, amato dai fan, citato nei più disparati media, dai videogame ai fumetti, dai film ai libri. Week end di terrore subisce tagli molto forti, soprattutto nelle scene di violenza, ma questo non frena la forte dose di sadismo che contraddistingue l’opera, tanto da fargli ottenere in Italia il divieto ai minori di 18 anni. Nel nostro Paese, tra l’altro, il film di Miner non uscirà in versione tridimensionale, ma solo in 2d, perdendo l’unica cosa interessante della pellicola. La Paramount decide che è giunta l’ora di far morire il suo killer (forse percependo un calo di interesse del pubblico verso le vicende raccontate) e mette in cantiere un ultimo atto. Alla regia di Venerdì 13: Capitolo finale (1984) viene chiamato Joseph Zito, un ottimo artigiano famoso per action testosteronici di successo come Rombo di tuono, Invasion USA (con Chuck Norris), Red Scorpion (con Dolph Lundgren) e l’ottimo slasher Rosemary’s killer (The Prowler). Per gli effetti speciali viene ricontattato il maestro Savini che accettò solo per il gusto di uccidere per sempre la sua creatura, Jason. Pur se narrativamente molto simile al precedente film, Capitolo finale è migliore, merito di una regia più ispirata e di morti studiate meglio e non solo pornograficamente sanguinose.

Nel cast l’enfant prodige della Hollywood anni 80, Corey Feldman, protagonista di successi come I Goonies, Stand by me, Gremlins, Ragazzi perduti, e presto scivolato verso un futuro di film indecenti e abuso di stupefacenti. Qui si cerca di creare un personaggio che per i successivi film fungerà da nemesi di Jason: Tommy Jarvis, un nerd amante degli horror che conosce (in anticipo su Scream) le regole sotterranee dello slasher e quindi può sfuggire alla furia del mostro.  Purtroppo, o per fortuna, il film incassa molto e si decide di resuscitare Jason in Venerdì 13: il terrore continua (1985), per quelle regole sotterranee mosse solo dal Dio denaro. A dire il vero in questo quinto capitolo Jason Vorhees è solo presente negli incubi di un Tommy Jarvis cresciuto e ai limiti della follia dopo gli eventi del quarto film. Chi uccide è un copycat, un imitatore di Jason, mosso dallo stesso amore che spingeva Pamela Vorhees ad uccidere nel nome del figlio. Se gli omicidi qui come non mai sono gratuiti e la risoluzione è del tutto è scorretta, con un assassino intravisto solo per pochi attimi, bisogna dare atto alla regia di Danny Steinmann di essere molto buona. Alcune sequenze poi come la morte della ragazza punk e il bellissimo finale ad effetto sono tra le migliori cose ideate in un film della serie. Il pubblico comunque non è appagato, chiede a gran voce Jason, non un imitatore, e il sesto capitolo resuscita senza grandi sbalzi di fantasia il maniaco di Cristal lake, riprendendo l’idea della resurrezione del classico Frankestein con tanto di fulmini e barre di metallo. Venerdì 13 parte 6: Jason vive (1986), diretto da Tom McLoughlin (A volte ritornano), punta maggiormente sull’umorismo, non ha scene di nudo (unico caso nella serie) e il più alto numero di morti nella storia di Venerdì 13 (ben 18!), ma una regia paratelevisiva e una recitazione eccesivamente grottesca lo rendono uno dei peggiori capitoli mai girati. Anche gli incassi scendono e la saga a poco a poco scivola verso l’anonimato da prodotto diretto in video.

Meglio però si va con Venerdì 13 parte 7: il sangue scorre di nuovo (1988), girato stavolta dallo specialista John Carl Buechler, famoso per i suoi effetti speciali nelle produzioni Empire (Ork, Troll), e pieno di gran ritmo anche a discapito dell’idea demenziale di unire Carrie lo sguardo di satana con il nostro portiere da hockey assassino. Le morti sono particolamente ispirate, il tasso di nudi risale e il combattimento finale a colpi di poteri ESP è così incredibile da vedere da essere divertentissimo. Il film, come gli ultimi capitoli, non ottiene gran successo e si tenta l’ultima carta: portare in città il nostro killer preferito. Venerdì 13 parte 8: Incubo a Manhattan (1989) dell’anonimo Rob Hedden (uno con un passato e un futuro di imbelle tv) non è brutto, ma inutile: non un guizzo, non un sussulto, non un istante che la storia vista meglio cento volte prima possa appassionare, in più l’ambientazione urbana risulta assolutamente incompatibile con la natura provincialotta dell’assassino di Cristal lake. Nel poster originale del film si vedeva Jason che usciva dal noto poster “I Love NY” squarciandolo. L’idea fu abbandonata in seguito alle lamentele del Comitato del Turismo della città. Visti gli scarsi risultati al botteghino la Paramount gettò la spugna e il film passò alla New Line di Nightmare on elm street.

Si preparò quindi uno spin off tra i due personaggi (ma l’idea era nell’aria da molto tempo prima) e il successivo film, Jason va all’inferno (1993), serve un po’ da traino per unire in qualche modo i due personaggi. Girato dall’esordiente Adam Marcus (il regista inizialmente designato era Tobe Hooper) il film fornisce una visione inedita di Jason Vorhees, visto stavolta come una sorta di demone che passa di corpo in corpo. Sanguinoso, ma non senza suspence, questo Final friday (ancora una volta l’idea è di far morire definitivamente la saga per sancire un nuovo inizio con Krueger) è pieno di difetti, a partire dalla rozza regia, ma tanto citazionista da essere quasi pulp quando il termine non era all’ordine del giorno. Alla fine l’artiglio di Krueger afferra la maschera di Jason per portarla con sè all’inferno e siamo tutti pronti al grande incontro, rimandato di qualche anno a causa dell’idea di portare la saga nello spazio.

Jason X – il male non muore mai (2002) è una gran cazzatona, ma anche divertente: alla fine il plot è lo stesso di Alien con la sostituzione dell’alieno bavoso con il killer di Cristal lake, ma le morti sono varie, tra tutte, da ricordare, una donna con la faccia sfondata dall’azoto liquido. A girare è James Isaac (La casa 7, Skinwalker, Pig hunt), un regista dotato, ma abbonato ai film discontinui, ex effettista speciale e amico del guru della nuova carne David Cronenberg, tanto da impreziosire questo nuovo Venerdì 13 con un cammeo veloce del regista di Videodrome. Isaac ci regala un Jason inedito, ridisegnato con il brio di un fumettaccio scifi di quart’ordine, tanto basta per renderci simpatica l’opera. Finalmente giunge il momento di Freddy vs Jason (2004): vi rimandiamo per ulteriori dettagli alla esauriente recensione di Luca Zanovello sullo speciale dedicato a  Kruger, ma possiamo comunque spendere ancora due paroline. Girato dal regista orientale Ronny Yu, già artefice della rinascita artistica di Chucky la bambola assassina,  il film è spigliato, divertente, senza pretese e abbastanza fracassone per conquistare non solo i fan della vecchia guardia, ma anche i ragazzini abbonati ai film in random casuale nei multisala. L’incontro/scontro tra le due icone, tanto atteso, interpretato dai due attori feticcio delle due serie, Kane Hodden, titanico stuntman nei panni di Jason e Robert Englund in quelli di Krueger, incassa un botto, ma non genera un prevedibile seguito: le due saghe muoiono e rinascono in un confortevole restyling voluto dal re del blockbuster Michael Bay. Mai fine peggiore.

Il reboot ovvero guarda come ti rovino Jason

Sembra che la moda più in voga degli ultimi anni, almeno al cinema, sia di prendere un classico del cinema del terrore, ripulirlo della sua sporcizia per presentarlo al pubblico imbellettato come il primo giorno di scuola. Esemplare è Fog in versione nuovo millennio dove una sottospecie di pirati dei caraibi si sono impossessati delle atmosfere tesissime di John Carpenter, ma fortunatamente questo è il peggiore dei casi. Dawn of the dead di Zack Snyder, remake del classico Zombi di George A Romero, sancisce al contrario la punta qualitativamente migliore tra tutti i remake degli ultimi anni: intelligente, ben girato, resce a farsi persino perdonare gli zombi podisti che il cinema horror del nuovo millennio richiede. Nome di punta di quest’onda tsunami di remake è il regista Michael Bay, famoso per action testosteronici come Bad boys o la serie dei Trasformers, che, dopo lo successo stratosferico del reboot di Non aprite quella porta, ha deciso, in veste di produttore, di riportare in vita vecchi successi horror come Nightmare o The hitcher. Per Venerdì 13 si punta su un cavallo sicuro, Marcus Nispel, regista del nuovo Texas Chansaw Massacre, nella speranza di ricreare l’alchimia di pubblico e critica del precedente film. Cosa che accade puntualmente almeno a livello di incassi, ma Venerdì 13 nuovo millennio delude un po’ tutti risultando non solo un brutto film, ma proprio un film sbagliato che non riesce a comprendere le potenzialità del personaggio di Jason. Nispel e i suoi sceneggiatori rendono il gigante demente di Cristal Lake un killer non dissimile dal precedente Leatherface con la costruzione di un labirintico rifugio sottoterra che non può non far ricordare i deliri barocchi del secondo Non aprite quella porta di Tobe Hooper. Non solo: si dimentica che Jason è un improvvisatore, non un pianificatore. In tutti i Venerdì 13 Jason uccide con la prima arma che trova, qui crea trappole (l’influsso di Saw), attende con pazienza le sue vittime in posti strategici e uccide con abilità sportive non indifferenti (la morte con l’arco). Si può apprezzare l’idea di riprorre gli anni 80 trent’anni dopo, di mettere in scena personaggi così antipatici da creare empatia con il maniaco omicida, ma queste facce di plastiche, una regia superficiale e l’accumulo esagerato e ridontante di citazioni dei vari capitoli senza remakizzarne nessuno rendono il nuovo Friday 13th non tanto una rinascita quanto un aborto mal camuffato. Ma questo deve averlo capito pure la Platinum Dunes di Michael Bay che sta continuamente rimandando il secondo capitolo di questa nuova saga con le scuse più fantasiose. Possiamo consolarci che anche all’amico Freddy Krueger non è andata proprio meglio.

Altri media

Videogame

Venerdì 13 ha vissuto una vita parallela nel modo dei videogame, dei libri e dei fumetti, generando storie alternative a quelle che conosciamo. Prendiamo per esempio il videogioco Friday 13th del 1989, definito uno dei peggiori di sempre, edito dal colosso Nintendo: abbiamo sì l’ambientazione tipica del campeggio di sangue, ma anche zombi, meduse dalla testa fluttuante, un Jason irriconoscibile nel suo rozzo design di pixel, in un pasticciaccio a scorrimento laterale che dieci minuti dopo che lo giochi ti dilania il cervello. Non che sia andato meglio con la versione di Venerdì 13 secondo Amstrad CPC, Commodore 64 e ZX Spectrum del 1986, se è possibile peggiore, con musichette che ti distruggono la giornata affilate come coltelli e un gameplay che era banale già trent’anni fa. Non stupisce perciò che gli excursus ufficiali di Jason nel mondo dei videogame terminino dopo solo due tentativi. E’ però vero che Jason ha influenzato molto per esempio il cult Splatterhouse dove un mostro uguale a lui fa fuori nemici a colpi di machete o ancora la modalità “Jason vive!” di Gta Sant’Andrea, videogioco Rockstar sull’ascesa di un criminale, ma che, follia divertentissima, oltre a mettere in scena la divina pornostar Jenna Jameson resuscita pure il nostro maniaco preferito. Non si contano poi killer con la maschera da hockey sparsi in vari giochi, non ultimo il recente Infamous 2.

Libri e affini

Sei film della saga sono stati adattati in romanzi: il primo, il terzo ben due volte, Jason Lives, Jason X, e Freddy vs Jason. La versione letteraria più notevole di Weekend di terrore è di Michael Avallone, già scrittore delle novelization di L’altra faccia del pianeta delle scimmie e Shock Treatment, e ha l’originalità di un finale tutto nuovo, lo stesso che voleva utilizare all’epoca Steve Miner ma giudicato dalla produzione troppo cupo. Nel libro Chris, che, come vediamo nel film, si trova in una canoa, sentendo la voce del suo fidanzato Rick corre verso felice verso la casa, ma trova Jason che la decapita. Nel 1986 è la volta di Simon Hawke che adatta Jason Lives e introduce un personaggio nuovo, Elias Voorhees, il padre di Jason, che sarebbe davvero dovuto apparire nel film, ma fu eliminato dalla produzione. Hawke adatterà anche i primi Friday 13th in un unico romanzo, ma senza sprizzi di grande fantasia. Per ritrovare in libreria la saga bisogna aspettare il 1994 con quattro storie focalizzate sulla ricerca della maschera di Jason e dei poteri che essa sprigiona.  Nel 2003 e nel 2005, la casa editrice Black Flame pubblica le novelizations di Freddy vs Jason e Jason X e, subito dopo, una serie di altri romanzi, con storie inedite, dedicate all’exploit di Jason nello spazio. Jason X la serie inedita era composta da quattro capitoli:  il primo, Jason X: the experiment, ipotizzava l’uso del killer con la maschera da hockey per creare una nuova stirpe di guerrieri da usare a scopi bellici; il secondo romanzo, Planet of the Beast, seguiva gli sforzi del dottor Bardox e del suo equipaggio per cercare di clonare un Jason in coma; il terzo, Death moon, vedeva l’atterraggio del maniaco in un campeggio del futuro; il romanzo finale, To third power, era uno slasher carcerario dove un clone di spaziale di Jason faceva strage di detenuti. Sempre la Black Flame lancia degli altri romanzi, questa volta però ispirati alla saga originale, creando capitoli alternativi mai girati che sfruttano anche in maniera intelligente il personaggio di Jason. In Friday the 13th: Church of the Divine Psychopath Jason viene resuscitato da una setta religiosa.  In Hell lake, un serial killer da poco giustiziato, Wayne Sanchez, persuade Jason ad aiutarlo a fuggire per tornare al mondo reale. In Hate-Kill-Repeat, due maniaci religiosi tentano di trovare Jason a Crystal Lake per unirsi a lui e sterminare i peccatori. In Jason Strain ci troviamo su un’isola con un gruppo di detenuti del braccio della morte messi lì per partecipare ad un sanguinoso reality show dove Jason fa il mattatore. Il personaggio di Pamela Voorhees torna dalla tomba in Carneval of Maniacs mentre Jason ora è parte di un baraccone itinerante di un circo in procinto di essere venduto all’asta al miglior offerente.

I fumetti

Anche nel campo dei fumetti Jason ha vita fertile anche se la sua scalata inizia realativamente tardi negli anni 90. La prima versione ad adattare il franchise è stata la Topps Comics nel  1993 con un banale adattamento dia, scritto da Andy Mangels. A distanza di due anni la stessa casa editrice pubblica un più interessante incontro/scontro tra Jason e Letherface di Non aprite quella porta. Bisogna aspettare il 13 maggio 2005 perchè la New Line decida di far pubblicare alla Avatar una sorta di seguito di Freddy vs Jason, scritto da Brian Pulido e illustrato da Mike Wolfer e Greg Waller, dove un gruppo paramilitare viene ingaggiato dai nuovi proprietari del campeggio di Cristal lake per uccidere Jason. Visto l’inaspettato successo dell’albo, Avatar decide di lanciare una miniserie dal titolo Friday 13th: Bloodbath nel settembre 2005. Le storie, sempre scritte da Brian Pulido, ripropongono con poche varianti il classico canovaccio della serie con mattanze dei campeggiatori da parte di un redivivo Jason. Ancora lo stesso autore scrive X Jason ispirato al quasi omonimo film di James Isaac. Sempre collegato a questo film è Friday 13th: Jason X vs Jason (2006), scritta e illustrata da Mike Wolfer , dove ben due Jason, quello del passato e quello meccanico del futuro, si scontrano in una battaglia all’ultimo sangue. Nel dicembre 2006, Wildstorm pubblica una propria serie di fumetti sotto il titolo Friday 13th. La prima miniserie conta sei numeri: già dalle prime pagine si denota un’attenzione inusuale verso le psicologie dei vari personaggi e si rielaborano i topoi in ottiche inaspettate. Sempre su questa linea a metà tra il truce e l’intimista la  Wildstorm pubblica lo speciale in due parti Friday the 13th: Pamela’s Tale, incentrato sulla gravidanza e sulla successiva follia della mamma di Jason. Ancora Wildstorm rilascia Friday 13th: How I Spent My Summer Vacation, che racconta la tragica amicizia tra Jason Voorhees e un ragazzo nato con una deformità del cranio. Nel 2008 esce lo strano Friday 13th: Terra Bad, scritto e illustrato da Ron Marz e Mike Huddleston, che si muove su due diversi piani temporali, ma legati da una medesima situazione, una nevicata e il rifugio in una baracca. Nel passato abbiamo tre cacciatori di pellicce e nel presente tre esploratori, ma lo stesso scenario, Crystal Lake. Per il  cross over tra Jason, Freddy e Ash vi rimandiamo allo speciale su Nightmare.

La serie tv

Originariamente, la serie avrebbe dovuto chiamarsi The 13th Hour , ma il produttore Frank Mancuso Jr. pensò che il nome del franchise Venerdì 13 avrebbe avuto un maggiore appeal sul pubblico. Tuttavia, nonostante la scelta del titolo, la serie non aveva alcun collegamento con la serie di film horror, né tantomeno con il suo protagonista, Jason Voorhees. La serie di film e la serie televisiva tuttavia hanno numerosi punti in comune nel cast. Il produttore dello show, Frank Mancuso Jr., era anche il produttore di tutti i film da Venerdì 13: l’assassino ti siede accanto del 1981, fino a Venerdì 13 parte VIII – incubo a Manhattan del 1989. Il protagonista John D. LeMay invece è stato uno degli attori di Jason X. John Shepherd interpretava il personaggio di Tommy Jarvis in Venerdì 13 parte V: il terrore continua. Fred Mollin, Rob Hedden e Tom McLoughlin hanno lavorato nel dietro le quinte di entrambe le produzioni. Vennero girate tre stagioni, dal 1987 al 1990, e in Italia uscì all’inizio col titolo di Venerdì maledetto in vhs contenitive dei vari episodi.

About Andrea Lanza
Si fanno molte ipotesi sulla sua genesi, tutte comunque deliranti. Quel che è certo è che ama l’horror e vive di horror, anche se molte volte ad affascinarlo sono le produzioni più becere. “Esteta del miserabile cinematografico” si autodefinisce, ma la realtà è che è sensibile a tette e sangue.

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Posted On
set 22, 2013
Posted By
Livio

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