Cinema Alien Origin

Alien Origin

È difficile dire qualcosa di nuovo nel mondo dei mockumentary: la Asylum ci prova lo stesso, tentando il “secondo livello”. Ma senza riuscirci.

La nota casa di produzione, famosa per i suoi cloni di blockbuster, a volte esilaranti, ci riprova, confezionando l’ennesimo “documentary movie”, e cercando di unire le trame di [REC], Paranormal Activity e il primo Predator. Come sa bene chi segue questo genere, il falso documentario, magari costruito sul “found footage”, il “filmato recuperato”, ha l’indubbio vantaggio di giustificare gli errori di ripresa che, anzi, diventano un elemento fondamentale per rendere autentici i vari take. Quindi nessun problema nel vedere l’ombra dell’operatore, oppure se la recitazione non è al massimo livello. Anzi, molto meglio. In questo caso però ci troviamo davanti a un caso che cerca di superare il limite del primo livello: in questo film, che come dicono le immancabili didascalie di testa è stato tratto da un “found footage”, si trovano ben altri due “nastri recuperati”, le cui immagini ovviamente fanno parte di questa pellicola. Operazione piuttosto interessante, ma che alla lunga non sortisce gli effetti sperati, riducendo il tutto a un accumulo di tensione che il finale non sblocca.

Come nel capostipite [REC], la storia inizia facendoci prendere confidenza con i personaggi, e fornendoci la spiegazione del motivo per cui un gruppo di militari del Belize (America Centrale), in collaborazione con l’esercito Americano, e seguiti da una troupe televisiva sempre statunitense, si inoltrano nella giungla.  Alcune telecamere di sorveglianza sono state disattivate, e l’esercito ha ragione di credere, parole testuali del comandante, che ci siano persone dedite ad attività illegali. Insomma, niente di particolarmente pericoloso: una missione da mordi e fuggi, con la giovane giornalista Julia Evans (Chelsea Vincent) che gongola pensando al servizio.

Tutto bene fino a quando, durante la ricerca, il gruppo non trova una barca nella giungla.

In Piemonte l’espressione “essere come una barca nel bosco” corrisponde a “essere come un cane in Chiesa”, ossia fuori posto.
E considerando che l’oceano si trova a 110 chilometri di distanza, la presenza del piccolo natante acquista un valore inquietante. Dopo una breve perquisizione, viene trovata una macchina fotografica digitale, nella quale c’è una piccola scheda SD. È danneggiata per cui il gruppo non vede cosa c’è sopra, ma, come spiega la solita didascalia, è stata recuperata in seguito, e il video viene mostrato subito; primo caso di secondo livello.

Anche questo video inizia con immagini tranquille (un simpatico beluga si fa coccolare), e finisce con la barca che vola a parecchie centinaia di metri da terra, con qualcuno che urla come un forsennato; ma nonostante questo trova il tempo di filmare il tutto.

Senza apparente coerenza, l’obiettivo della missione viene cambiato via radio, diventando un “ricerca e soccorso” di un archeologo e della sua squadra che sembrano scomparsi nel nulla.
Dopo una breve ricerca, il gruppo trova il campo base del dottor Holden; qui c’è solo un uomo del posto, appena arrivato per consegnare una lettera, e nessun altro. Ma il computer è acceso per cui scatta un altra volta il secondo livello: il video diario del dottore viene riproposto agli spettatori. Il ricercatore sta camminando in una grotta seguito da Laura, una sua collaboratrice che filma la scena. Inoltre ha una telecamera sull’elmetto.

Dopo avere girato per un po’ i due trovano prima le tracce della presenza umana secoli prima (un vaso rotto e alcune suppellettili), e subito dopo, incastrato sotto una roccia, un teschio deforme,  inquietante, lo stesso presente in alcune foto sul computer del dottore. Holden prende teschio e mandibola e li mette in uno zaino, sinceramente due operazioni sbagliate (guanti e imballaggio no, eh?). Ma l’attenzione viene sviata subito dopo, perché i due vengono attaccati da qualcosa che si intravede a malapena, come insegna il manuale del “perfetto film di mostri”.

I militari continuano a seguire le tracce degli scomparsi, e in un villaggio di contadini, curiosamente simili agli Amish, trovano Laura in stato di choc. Del dottore invece, nessuna traccia. La donna, l’attrice Daniela Flynn, si riprende e decide, anzi, pretende, di accompagnare la pattuglia nel posto dove il dottore è scomparso. Dopo qualche ricerca e una lunga camminata notturna, il gruppo entra in un ambiente pieno di macchinari che solo il montaggio ci fa capire, più o meno, che si tratta dell’interno di una grossa astronave. Qui l’assistente del dottore vede un teschio simile a quello trovato nella grotta e, incautamente, lo prende, facendo scattare un allarme assordante. Da qui in avanti, per una decina di minuti, il gruppo scappa, braccato a tratti da qualcuno invisibile che spara e lancia razzi, o raggi non si sa bene, che decimano il gruppo.

Anche qui, seguendo le istruzioni del manuale di cui si parlava prima, ultima sequenza è presa dalla telecamera finita a terra, caduta dalle mani dell’operatore ovviamente morto, ed è il più inquietante possibile.
In verità il regista Mark Atkins ci fa ancora una sorpresina nel finale, aggiungendo, preceduto dalla didascalia appropriata, del materiale rinvenuto “dopo”. Il cameraman di nascosto ha ripreso un dialogo tra Laura e uno dei militari, che rivela un’incredibile verità sui teschi, lasciandoci con un colpo di scena finale.

Il film è nella media di qualsiasi altro clone: tutto già visto in altro modo, solo rimescolato per sembrare nuovo; la suspense è tenuta alta più dal tremolio delle immagini e dal profondo suono che anticipa sempre l’arrivo dei “cattivi”, che dalla storia in sé.  Gli attori sono credibili proprio perché naturalmente incapaci di recitare, e quindi perfetti in un film “amatoriale”. Ci sono diversi errori di comportamento dei personaggi e di logica, inutile stare a elencarli.

In conclusione un film non certo eccelso, ma che può far passare un’ora e mezza circa senza troppo concentrarsi sulla profondità del messaggio di fondo. Sicuramente da non perdere la sequenza con le riprese notturne delle telecamere di sorveglianza, con gli animali – veri – che ci girano intorno incuriositi, e la bellezza della location, visto che il film è stato girato veramente in Belize.

 

Alien Origin - VOTO: 2/5

Anno: 2011 - Nazione: USA - Durata: 88 min.
Regia di: Mark Atkins
Scritto da: Mark Atkins
Cast: Chelsea Vincent - Daniela Flynn - Peter Pedrero - Philip Coc - Trey McCurley
Uscita in Italia: - Disponibile in DVD:

About overhill
Nato a Torino, dove si occupa di informatica per lavoro e musica per diletto. Scrive e pubblica due romanzi, "Dove la notte inizia" e "Tabula rasa", e mentre lavora al terzo scrive sceneggiature per film e fumetti. Collabora con "Horror.it" a tempo perso, per divertimento e per approfondire la conoscenza del vasto mondo dell'horror. Ma più per divertimento.

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