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Pagina 1 di 2 Considerato da molti l'ultima icona vivente del cinema horror all-time, Christopher Lee ha un passato significativo nella cinematografia di paura italiana. Un percorso troppo volte misconosciuto dai più ma che invece merita ben altra considerazione per lo spessore delle sue interpretazioni e (a volte) anche della qualità complessiva di certe pellicole.
Christopher Lee e il cinema italiano, ossia uno dei villain più famosi della cinematografia all time e la stagione d’oro dei generi nazionali. Andando a spulciare la bibliografia relativa al grande attore britannico nonché le decine di siti internet e lui dedicati ci si accorge immediatamente di due cose: la prima è che da ogni parte del globo i commenti sulla cifra artistica di Lee sono equanimi nel raccontare le gesta di un attore che nel corso della sua cinquantennale carriera ha saputo meglio di chiunque altro incarnare il terrore e dare un volto, una fisionomia riconoscibile alla cattiveria umana; la seconda annotazione di rilievo è, purtroppo, relativa a un omissis: nessuno degli storici e dei critici cinematografici che hanno raccontato la carriera di Lee pare essersi accorto che tra gli oltre 250 film da lui interpretati ce ne sono una manciata (alcuni dei quali anche di buona fattura) che portano le insigne del tricolore. La filmografia italiana di Lee, sicuramente minoritaria in termini quantitativi, pare non interessare troppo a nessuno e l’obbiettivo di questo succinto excursus filologico e critico è quello di riportare alla luce un breve ma intenso contributo, quello che l’attore inglese ha regalato al pubblico del Belpaese con alcune interpretazioni significative legate a produzioni di autentici maestri del cinema di genere in particolare horror (da Steno a Mario Bava ad Antonio Margheriti). L’intento non è meramente celebrativo perché alcuni dei personaggi che Lee ha tratteggiato calcando gli studi di Cinecittà sono delle vere e proprie piccole perle recitative, delle caratterizzazioni a volte perfino indimenticabili (si pensi al personaggio di Lico in ERCOLE AL CENTRO DELLA TERRA oppure al de-sadiano barone Kurz de LA FRUSTA E IL CORPO). Oltretutto, in più di una occasione, lo stesso Lee ricorda con piacere quella breve parentesi a cavallo degli anni 50 e 60 in cui lavorò coi registi italiani, sia per rendere omaggio alle sue origini italiane (Lee, che di cognome fa Carandini Lee, era figlio di Estelle Marie Carandini di Sarzano, nipote di un politico italiano rifugiatosi in Australia nei primi del Novecento), sia per celebrare una cinematografia che gli ha permesso di confrontarsi con alcuni ruoli impegnativi e riusciti che hanno contribuito ad affermare la sua leadership artistica nel panorama internazionale degli attori più ricercati per il cinema horror. A dire il vero il rapporto tra Lee e il cinema italiano ha un prologo molto più indietro nel tempo rispetto ai titoli maggiormente notori, un esordio legato al filone della black-comedy: le cronache filmografiche riportano di una sua partecipazione non accreditata alla commedia ZITTO E… MOSCA (1952) per la regia di Mario Zampi. Il film, che tenta di coniugare un prototipo di spy-story casereccia con la commedia slapstick di matrice anglosassone e americana, narra le avventure di un ingegnere sanitario inglese, tale Mr. Potts (George Cole), completamente ignaro del fatto di trasportare alcuni progetti segreti per la costruzione di una nuova micidiale arma bellica. Attorno all’inconsapevole Mr. Potts si scatena, da parte di varie organizzazioni criminali, una ridda di agguati (ovvi pretesti per scatenare goffe e ilari peripezie) tesi a sottrarre i preziosi progetti. Di fuga in fuga l’uomo si trasferisce a Mosca dove si innamora di una giovane donna che gli fa comprendere la reale portata del carico che sta trasportando, convincendolo a liberarsene per sempre.
Pellicola tutto sommato innocua e assolutamente poco convincente sotto una miriade di aspetti (dalla regia piuttosto raffazzonata alla sceneggiatura abbastanza “disinvolta”) va comunque segnalata perché vede Lee impegnato in una partecipazione, seppur minuscola, nel ruolo di un giovane giornalista che offre un aiuto a Mr. Potts durante uno dei suoi tanti inseguimenti. Passaggio marginale che segnaliamo giusto per un certo rigore filologico. Di ben altro spessore il ruolo che gli venne assegnato per la commedia horror TEMPI DURI PER I VAMPIRI (1959). Sulla scia del grande successo ottenuto con DRACULA IL VAMPIRO (1958) di Terence Fisher (ruolo che lo marchierà a fuoco per il resto della carriera), Christopher Lee debutta ufficialmente nella cinematografia italiana nel 1959 con un film parodia. La pellicola, guarda caso proprio sui vampiri, fu diretta da Steno (maestro della commedia all’italiana, qui già al suo ventitreesimo lungometraggio) e intitolato, appunto, TEMPI DURI PER I VAMPIRI. Canzonatorio fin dal titolo, il film prevede un ruolo di primo piano per l’attore inglese, qui chiamato a re-interpretare il vampiro da lui stesso reso celebre nel film di Fischer, a partire dalle movenze e dall’aspetto che hanno codificato le moderne peculiarità fisionomiche del principe delle tenebre, come ad esempio i lunghi canini (invenzione di Fisher) e il portamento altero e altezzoso. Prima di addentrarci nello specifico nel film di Steno, è cosa opportuna ricordare che il cinema horror italiano del periodo aveva mosso i primi sorprendenti passi proprio cimentandosi con la figura più classica dell’horror letterario e cinematografico, il vampiro. Basti ricordare ottime produzioni come I VAMPIRI (1957) di Riccardo Freda (coadiuvato da Mario Bava alla regia) e due anni più tardi, nel 1959, il bizzarro, torbido e coraggiosamente erotico L’AMANTE DEL VAMPIRO di Renato Polselli. Di li a poco arriveranno gli altri capolavori di Freda e, soprattutto, quelli di Mario Bava, pietre miliari come LA MASCHERA DEL DEMONIO del 1960, dove stregoneria e vampirismo si fondano in una riuscita, terrorizzante miscela narrativa. Con TEMPI DURI PER I VAMPIRI, dunque, Steno tenta (chissà quanto consapevolmente) una mossa curiosa: parodiare l’horror straniero mentre nasceva quello italiano.
Il compito più arduo consisteva nell’ottenere lo stesso effetto ilare, che normalmente il pubblico si aspetta da una commedia, in un contesto decisamente anomalo per una pellicola comica. Steno comprese subito che la soluzione del problema era legata all’interazione dei due protagonisti, Lee e Renato Rascel, convinto che la miccia comica si sarebbe dovuta accendere in conseguenza del contrasto legato alla diversità fisica e di approccio alla recitazione fra i due interpreti. Lee e Rascel si prestano perfettamente a questa contrapposizione cinematografica poiché artisti dal passato, dal presente e dal futuro agli antipodi: Rascel confinato entro un cinema leggero e spensierato in cui l’episodio drammatico del film di Alberto Lattuada (IL CAPPOTTO del 1952) restava - e resterà - episodio riuscito ma isolato della sua carriera, Lee invece, interprete di un cinema già pregno di atmosfere oscure, come dimostrano l’esordio nel film LA TRAGEDIA DEL CAPITANO SCOTT (1949) di Charles Frend e nel successivo MOULIN ROUGE (1952) di John Huston. La combinazione, se poteva risultare carina all’epoca (notevole infatti fu il successo al botteghino, tanto che molti critici legati al cinema di genere lo ricordano ancora oggi con molto affetto), alla luce di una lettura moderna risulta patire lo scorrere degli anni mostrando più limiti che pregi, a partire dalla sceneggiatura, scritta da Edoardo Anton, Sandro Continenza e Dino Verde su un’idea dello stesso Steno e del produttore Mario Cecchi Gori. 
La vicenda prende il via dai Carpazi, dal castello (prossimo alla distruzione per far posto a una centrale nucleare) del conte Roderico (Lee), il quale, grazie all’aiuto di un servo, scopre che in Italia vive un suo parente, tale barone Osvaldo Lambertenghi (Rascel), proprietario anch’esso di una splendida e imponente tenuta. Convinto di poter trovare eterna ospitalità in Italia presso la cripta sita nei sotterranei del castello del nipote Osvaldo, (in cui, fra l’altro, riposano gli avi di famiglia), il conte Roderico si reca nel Belpaese. Il conte Lambertenghi intanto, a seguito di problemi con il fisco, si trova costretto a vendere il proprio castello a una società che lo ristruttura in albergo, con la conseguenza di riciclarsi (per ovvi problemi finanziari) in facchino nella stessa struttura. L’arrivo del conte Roderico - tra l’altro ignaro dell’improvviso guaio economico capitato al nipote -, naturalmente, scombussolerà la vita di Osvaldo e di quella dei clienti. La storia è ovviamente un pretesto narrativo per innescare il confronto fra l’austero Christopher Lee e lo scanzonato Renato Rascel, ma la stessa scelta di ridurre a mero orpello il plot narrativo, non fa che aumentare i rimpianti per un progetto sulla carta accattivante ma realizzato con poco coraggio. Le situazioni che avrebbero dovuto innescare una comicità dissacrante si stemperano miseramente senza lasciare traccia, colpa di un disequilibrio evidente fra i generi (horror e commedia), malamente combinati fra di loro. Ciononostante alcuni momenti sono apprezzabili, come quelli che vedono Lee entrare in scena e mostrare a Rascel la sua vera identità malefica, oppure la trasformazione dello stesso Rascel in vampiro e le conseguenti scorribande per l’albergo in cerca di sangue da succhiare alle giovani e belle ragazze della magione, fra le quali spicca una conturbante Silva Koscina. Poche , in definitiva, sembrerebbero le cose da salvare del film. O forse no. Forse da recuperare è anche la canzone che Rascel canta nei titoli di coda, un cha-cha-chà diretto dal maestro Armando Trovajoli con parole dello stesso attore:”Dra-cu-la, vampiro dal nero mantello/ di notte tu succhi nel collo/ le donne di giovani età. Dra-cu-la, sei forte, sei nero, sei bello/ perché non ti succhi un bel pollo/ e lasci le donne campar!”. E la parodia è servita. Chiusa ben presto la parentesi comedy, Lee entra nel novero dei grandi interpreti degli horror classics italiani grazie al talento e al genio di Mario Bava che nel peplum orrorifico ERCOLE AL CENTRO DELLA TERRA (1961) gli cuce addosso un ruolo assolutamente perfetto per la mefistofelica misè-en-scène dell’attore. Il personaggio di Lico, malvagio cortigiano, cultore di magia nera che aspira a impadronirsi del trono di Ecalia e che per realizzare i suoi sinistri obiettivi non esita ad attentare alla vita e alla ragione della bella Deianira, legittima erede al trono, nonché promessa sposa dell’eroe Ercole, è un mix riuscito delle capacità recitative di Lee e della maestria registica di Mario Bava: Lico viene tratteggiato come una figura ambiguamente e allusivamente vampiresca, desideroso di attingere dalla bella Deianira non solo il potere ma anche la sua linfa vitale ed in questa sua bramosia appare addirittura più maleficamente convincente dello stesso Conte Dracula interpretato qualche anno prima. Una raffigurazione che ha il suo momento apicale nella sequenza conclusiva del film, quando Lico affronta Ercole nei terreni dell’Averno scatenandogli contro un orda di morti viventi, dando libero sfogo a tutta la sua malvagità e follia sanguinaria. L’accuratissima fotografia di Mario Bava e le sue ardite inquadrature conferiscono quel tocco in più di malsano e alieno che il personaggio del negromante riesce a evocare: gli esperimenti di colore e i filtri, nonché l’utilizzo del fumo di scena (espediente tecnico particolarmente gradito dall’autore, teorico delle atmosfere tetre e degli ambienti plumbei) hanno luogo soprattutto quando in scena c’è per l’appunto il luciferino principe d’oltretomba Christopher Lee, mentre spariscono all’apparire del muscoloso Ercole (interpretato dall’ex-calciatore Reg Park). Una curiosità, questa, per capire quanto nella vicenda (e nel gradimento personale di Mario Bava) fosse centrale la figura di Lico: l’intento dell’autore e della produzione era quello di sfruttare al massimo, dal punto di vista commerciale prima ancora che narrativo, la figura di Christopher Lee, assurto agli onori della cinematografia horror per la sua interpretazione nel DRACULA (1959) di Terence Fisher. A conferma di ciò segnaliamo che Bava aveva intenzione di titolare il film ERCOLE CONTRO IL VAMPIRO ma poi, a causa di un disguido tecnico legato ai tempi burocratici, alla Siae venne registrato prima il film di Corbucci MACISTE CONTRO IL VAMPIRO. Per ovvi motivi si imponeva dunque la scelta di un titolo differente. Fortunatamente si optò un titolo egualmente evocativo quale è ERCOLE AL CENTRO DELLA TERRA. Col film di Bava, Lee conferma tutta la sua vocazione artistica per ruoli estremi, in cui la componente della cattiveria e del sadismo costituiscono l’epicentro caratteriale della complessità psicologica del personaggio.
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