Cinema Rudolf Klein-Rogge: Lo scienziato folle

Rudolf Klein-Rogge: Lo scienziato folle

Tra gli attori che sul grande schermo sono passati alla storia per indimenticabili ruoli da bad boy, il tedesco Rudolf Klein-Rogge si pone come precursore di una delle figure più utilizzate dal cinema di genere moderno: lo scienziato folle.

L’incarnazione del cattivo

Nato il 24 novembre del 1888 a Colonia, nella Westphalia, Rudolf Klein-Rogge debuttò nel 1909 allo Stadttheater Halberstadt. Nel 1915 si trasferì a Norimberga, dove diventò uno degli attori più importanti della compagnia e dove sposò la sceneggiatrice Thea Von Harbou con la quale si trasferì poi a Berlino. Qui la sua carriera incontrò alcune difficoltà fino a quando il regista Fritz Lang (amico e futuro sposo della moglie, da cui Rogge aveva nel frattempo divorziato) gli propose di partecipare ad alcuni dei suoi più importanti film: nel 1922 recitò ne Il dottor Mabuse, interpretando il folle protagonista che dà il titolo al film; poi in I Nibelunghi (1922), dove vestì i panni del dispotico re Etzel; in Metropolis (1926), in cui ricoprì il ruolo dello scienziato megalomane Rotwang; in Spies (1928) in cui era il genio criminale Hashi; e infine, nel seguito di Il dottor Mabuse, Il testamento del dottor Mabuse (1933), dove l’attore vestì ancora una volta i panni del folle medico. Tutti bad boys da leggenda che gli permisero di lasciarsi alle spalle i piccoli ruoli del passato che sembravano volerlo relegare per tutta la vita a una semplice comparsa.  Alla salita al potere di Hitler, Klein-Rogge decise, al contrario di Lang che fuggì negli Stati Uniti, di dedicare la sua arte allo Stato e dopo alcune apparizioni in lavori teatrali in costume, l’attore finì però per perdere la benevolenza di Joseph Goebbels (che teneva in mano l’intera industria cinematografica nazista) e cominciò una discesa che lo portò a ritirarsi del tutto dal cinema. Si sposò con l’attrice svedese Mary Johnson e morì il 30 aprile del 1955 a Wetzelsdorf, un piccolo paesino austriaco, quasi del tutto dimenticato dal pubblico.

Un moderno genio criminale: Il dottor Mabuse

Lo psicanalista Dottor Mabuse è una vera e propria mente criminale: maestro del travestimento e dell’ipnotismo, dirige un vasto impero, manipolando le borse e falsificando soldi, ed è ricercato da tutte le forze di polizia del continente. Un giorno, al “Folies Bergère”, Mabuse decide di “ipnotizzare” la mente di un playboy inducendolo a giocarsi tutta la sua fortuna, ma ben presto sulle sue tracce arriverà il procuratore distrettuale Wenk (Bernhard Goetzke), determinato a fermarlo.

Questo è in poche righe il plot di Il dottor Mabuse, uno dei più grandi capolavori del cinema muto tedesco che ha influenzato grandemente tutto il cinema mondiale, come dimostrano la serie di sequel minori realizzati negli anni ’60. Inoltre, alcuni cattivi moderni quali, ad esempio, i vari antagonisti dell’agente segreto di Sua Maestà James Bond o il genio criminale e calcolatore Hannibal Lecter, sono chiaramente ispirati a lui.

Il regista Fritz Lang nutriva un grande fascino per le masse controllate da menti machiavelliche (come si vede in molti dei suoi thriller sonori americani o in Metropolis) e così in Il dottor Mabuse il grande regista batte con grande accuratezza sulla decadenza dell’Europa post bellica (il “Folies Bergère”, il mondo della finanza internazionale e il movimento cubista), mentre l’attore Rudolf Klein-Rogge nella parte di Mabuse domina fisicamente il film con un’interpretazione crudelmente brutale e con sguardi di pura malevolenza, le stesse caratteristiche che poi ritroveremo nella dittatura nazista. La versione tedesca originale era lunga più di cinque ore, mentre quella distribuita negli Usa nel 1924 (Dr. Mabuse, the Gambler), invece, conta solo 90 minuti. A queste due, bisogna aggiungerne altre 3, tra cui quella sovietica montata dal grande Ejzenstejn che vi aggiunse alcune rivoluzionarie scene di scontri di piazza.

A quasi dieci anni di distanza dal primo grande successo, nel 1933 viene girato il seguito presentato con il titolo di Il testamento del dottor Mabuse: l’ispettore Lohmann (Otto Wernicke), dopo aver saputo della morte di un collega sulle tracce di una pericolosa banda di criminali, scopre che le attività di tale organizzazione sono guidate proprio dal Dottor Mabuse (Rudolf Klein-Rogge) che, rinchiuso nel manicomio del Professor Baum (Oskar Beregi), è riuscito a prendere il possesso della sua mente portando così a termine i suoi piani, primo fra tutti gettare la Germania nel caos attraverso atti di sabotaggio.

Il testamento del dottor Mabuse fu il secondo film sonoro di Lang, appoggiato e fortemente voluto allora da Goebbels che, prima che il film fosse distribuito, offrì a Lang la direzione del ministero della propaganda nazista. Inorridito solo al pensiero, Lang scappò in Francia, per sua fortuna prima che lo stesso Goebbels vedesse il film e vi riconoscesse elementi sovversivi anti-nazisti (un’allegoria tra il dottor Mabuse che scrive i suoi piani criminali in manicomio e Hitler che scrive il suo Mein Kampf in una cella, o ancora gli atti di sabotaggio per far precipitare la nazione e la Notte dei Cristalli nazista). Il film ha una trama sicuramente più complessa e stratificata del primo dottor Mabuse e anche Rudolf Klein-Rogge mostra la sua completa maturazione dando vita a una straordinaria interpretazione che destino volle fosse la sua ultima prima del definitivo ritiro.

Un futuro apocalittico: Metropolis

Un giorno del futuro: Johann Fredersen (Alfred Abel) è la mente direttrice di Metropolis, una gigantesca città ultra-moderna sotto la cui superficie masse di lavoratori conducono un’arcaica esistenza da schiavi. Suo figlio Freder (Gustav Frohlich) è testimone delle inumane condizioni di lavoro e si ribella al dispotico padre, scoprendo una comunità spirituale nelle catacombe della città, dove la giovane Maria (Brigitte Helm) predica le virtù dell’amore e della riconciliazione. Venuto a conoscenza della situazione, Fredersen ordina allo scienziato Rothwang (Rudolf Klein-Rogge) di creare un robot con l’aspetto di Maria con l’intento di usarlo per influenzare i lavoratori. Il piano procede, ma Freder e Maria riescono a scongiurare la catastrofe all’ultimo momento e il robot viene bruciato su un rogo, ritrovando la pace e dando vita a una nuova e fraterna comunità, sancita dallo stesso Frederson che offre la mano in segno di riconciliazione, fedele al motto del film: “Il mediatore tra la mano e il cervello deve essere il cuore”

Tratto dal romanzo di Thea von Harbou, moglie del regista Fritz Lang, Metropolis può essere considerato ancora oggi un film in cui azione, suspense e romanticismo sono tenuti insieme da una filosofia politica piuttosto eclettica che però non sembra voler lanciare nessun messaggio, una mancanza che probabilmente trova la sua spiegazione nel mai risolto contrasto tra la debolezza del romanzo stesso e la forza visionaria del film. Una duplicità di giudizio che ha visto d’accordo anche altri grandi registi come Herbert George Wells che lo definì “Uno dei peggiori film mai fatti” o Luis Bunuel che invece lo definì “Un film retorico, banale, pedante, intriso di romanticismo superato… ma se opponiamo alla storia la fotogenia plastica del film, allora reggerà qualsiasi confronto, ci sconvolgerà come il più bel libro d’immagini mai visto”. 

Chiaramente incentrato sulla pericolosità derivante da una possibile futuristica dittatura delle macchine, il film di Lang è anche quello in cui l’espressionismo tedesco raggiunse il suo apice e in cui i riferimenti all’ormai prossima scalata del nazismo in Europa si sprecano fin dalle prime sequenze: gli operai che sfilano a testa bassa e in fila indiana proprio come i futuri prigionieri nei campi di sterminio, i giovani che gareggiano tra di loro mettendo in mostra fisici scultorei e invidiabile preparazione fisica, i lussuosi spettacoli teatrali degni della futura industria di Goebbels. Ma è nella tecnica con cui Lang costruì il film che l’espressionismo si manifestò in tutta la sua forza: le luci e le angolature della cinepresa creano costantemente un ambiente tecno-gotico in cui la tecnologia è vista sia come meravigliosa che come terrificante. Una tecnologia che è fulcro stesso della storia, come dimostrano gli strabilianti procedimenti cinematografici usati dal regista: ispirandosi, infatti, al cosiddetto “metodo Schufftan”, che consiste in uno specchio collocato con un’angolazione di 45 gradi davanti all’obiettivo della cinepresa, permettendo di riflettere la scena riprodotta con dei modellini su un fondale proiettato, Lang usò varie soluzioni di ripresa, a partire dal passo uno (ovvero la ripresa fotogramma per fotogramma), passando per l’animazione, fino ai fondali dipinti, i modellini d’auto e di aeroplano. Ma non furono solo queste le novità introdotte dal grande regista tedesco: Metropolis rappresenta, infatti, uno dei primi film, se non il primo in assoluto, girato con un budget da record (per l’epoca). Il produttore Erich Pommer e la casa di produzione UFA (poi fallita proprio a causa delle spese mai recuperate) investirono ben cinquanta milioni di marchi tedeschi per un film le cui riprese durarono diciannove mesi (trecentodieci giorni lavorativi), impresso su seicentomila metri di pellicola e che vide la partecipazione di trentaseimila comparse tra uomini, donne e bambini.

Ottima l’interpretazione di Rudolf Klein-Rogge che presenta Rothwang come un uomo vittima di se stesso, dei suoi assilli e delle sue manie e che ha la straordinaria abilità di farci vivere la crescente ossessione che lo scienziato va nutrendo verso l’androide di cui finirà addirittura per innamorarsi. La versione originaria, oggi perduta, durava oltre due ore; quella più recente, del 1987, è stata restaurata e arricchita del commento musicale diretto dal maestro Giorgio Moroder.

About Marcello Gagliani Caputo
Giornalista pubblicista, scrive racconti (Finestra Segreta Vita Segreta), saggi sul cinema di genere, articoli per blog e siti di critica e informazione letterario cinematografica, e trova pure il tempo per scrivere romanzi (Il Sentiero di Rose).

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